Fondi attivisti: vittoria economica e culturale per K.O?

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Raramente misurata, la critica ai fondi attivisti è un segno di evidente frustrazione e di presunta paura nei confronti delle aziende target. Gli attivisti destabilizzano sempre, spesso sconcertano, a volte spaventano. Eppure, anche se l’impronta di questi nuovi grandi attori della finanza internazionale continua a crescere, questi fondi non saranno più l’unica causa di mal di testa per i dirigenti.

Un settore in crescita esponenziale

Tutti i dati lo confermano: il 2018 è stata un’annata unica, un anno straordinario per l’industria globalizzata dell’attivismo degli azionariato. C’ è stato un aumento delle risorse impiegate con 65 miliardi di euro, contro i 62 del 2017, un aumento del numero di campagne con 226, contro i 118 del 2017, un ampliamento del profilo delle società target…..

Secondo un recente studio di Lazard Bank, 40 attivisti first timers hanno addirittura lanciato campagne nel 2018, (di)mostrando un po’ di più l’espansione e l’intensificazione di questa tattica di investimento. L’elenco delle lamentele è lungo, ma la continuità è inesorabile: nei prossimi anni saranno ancora operativi i fondi attivisti.

La volatilità dei mercati globali, combinata all’incertezza dei consigli degli amministratori riguardo al futuro delle loro aziende, in mercati sempre più complessi e competitivi, offre un terreno fertile per lo sviluppo internazionale di questo fondi. Ovunque si verificano sconvolgimenti borsistici (Canada, Giappone, Giappone, Australia, Regno Unito, Francia, Finlandia….. ) e divergenze operative, compaiono attivisti pronti a influenzare i consigli di amministrazione e a suggerire nuovi orientamenti strategici agli azionisti. Così troviamo Cevian a Nordea, King Street a Toshiba, Elliott a Pernod Ricard, Sherborne a Barclays o Value Act all’Olympus.

Critici del rigore, messaggeri del valore, esperti dell’ influenza

Più che la prosperità del settore, è l’influenza di questi fondi sugli investitori istituzionali che sorprende la comunità finanziaria. Mentre le rivendicazioni degli attivisti nei confronti dei loro obiettivi differiscono molto poco (fine della governance acefala, moderazione della remunerazione concessa ai dirigenti esistenti, cambiamento degli amministratori, incentivi a considerare le esternalità che offrono valore a breve termine per gli azionisti, ecc….), essi beneficiano del progressivo sostegno di questi cosiddetti azionisti “passivi“.

Infatti, i gestori dei patrimoni, i gestori dei fondi pensione o dei fondi comuni d’investimento, storicamente poco propensi a interferire nelle operazioni quotidiane delle società in cui investono, e che spesso si dilettano nelle ombre dei media, si fanno avanti e non esitano più a sostenere pubblicamente i fondi attivisti, o almeno ad adottare i loro codici e i loro comportamenti quando si tratta di gestire i loro investimenti.
Qualche settimana fa, l’asset manager Wellington Management e il fondo comune Dodge & Cox, entrambi americani e piuttosto amichevoli, si sono fortemente opposti alla fusione dei giganti farmaceutici Bristol-Mayer e Celgene, lasciando l’attivista Starboard al centro della scena. Più recentemente, l’asset manager britannico M&G è stato indotto a lanciare una proxy fight contro il canadese Methanex per costringerlo alla vendita di un asset del gruppo e per sostituire alcuni dei suoi dirigenti.

Diffusione dell’attivismo

Una delle principali sfide per i leader non è più quella di tenere i loro investitori istituzionali lontani dalle rivendicazioni dei fondi attivisti, ma di convincerli che la loro visione è quella giusta affinché non si trasformino in potenziali investitori attivisti. Questa differenza, sostanzialmente nuova, è infatti il simbolo di una vittoria della “cultura attivista” nelle strategie di investimento, e riflette la necessità di avviare un dialogo onesto, continuo, trasparente e condiviso tra i leader e gli investitori istituzionali.

Se le imprese europee non prendono in considerazione questa sfida strategica, vedranno che questa tendenza già ben radicata attraverso l’Atlantico si diffonderà rapidamente sui loro territori. Perché in termini di strategia, tutto ciò che accade dallo zio Sam è destinato ad accadere prima o poi nel Vecchio Continente. Che ci piaccia o no.

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